brick tunisino con spinaci e uovo

11 ottobre 2012 § 4 commenti

(OK, facciamo finta che dall’ultimo post non sia passato quasi un mese)

Il brik è una sfoglia sottilissima – meno di un millimetro – di acqua e farina tipica della Tunisia. Da quanto ho capito è uno street food classico che si trova un po’ ovunque e solitamente viene farcito con tonno, capperi e uovo, talvolta con l’aggiunta di patate. Io non avevo nessuno di questi ingredienti a parte l’uovo e quindi, come al solito, ho improvvisato. I fogli di brik li ho comprati a Milano da Kathay, ma secondo me con qualche tentativo si possono autoprodurre: in caso di successo sarete i primi a saperlo 🙂
La frittura è perfetta: veloce, croccante, dorata, non trasuda olio. Decisamente da riprovare con diversi ripieni.

ingredienti per una persona
2 fogli di brik
100 g di spinaci cotti e ben strizzati
50 g di emmenthal o altro formaggio a piacere
peperoncino a piacere
1 spicchio d’aglio
1 cucchiaio di olio EVO
1 uovo
olio per friggere
sale

Fate saltare gli spinaci insieme allo spicchio d’aglio sminuzzato e al peperoncino. Regolate di sale, togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.
Sovrapponete due fogli di brik e ponete al centro gli spinaci ormai freddi e il formaggio a dadini. Formate un piccolo incavo e versateci l’uovo intero (sgusciato, eh). Richiudete a fagottino. Non si chiuderà
perfettamente, ma non importa perché verrà sigillato durante la frittura. Scaldate l’olio, che deve essere ben caldo ma lontano dal punto di fumo. La nonna che è in me vi suggerisce di immergere nell’olio il manico di un cucchiaio di legno: quando si formano delle bollicine è pronto. Immergete il fagottino con la chiusura verso il basso. Una volta dorato giratelo e friggetelo dall’altro lato.
Scolate, asciugate su carta assorbente e mangiate ancora bollente.
Dalla foto non si capisce perché non sono riuscita a centrare il punto di taglio giusto e avevo un solo tentativo a disposizione, ma il tuorlo d’uovo rimane morbido e fondente. Una meraviglia! Vi suggerisco anche di ricordarvi questo dettaglio mentre lo addentate. Insomma, state attenti. Io vi ho avvisati.

cosa dice il nanosommellier

Non è facile cercare un abbinamento con ingredienti mai provati (brik) e con una qual certa variabilità nel risultato finale dovuta alle varianti “a piacere”.
Fatta questa doverosa premessa credo che l’abbinamento sia piuttosto semplice: escludiamo a priori un vino rosso che mal si adatterebbe agli spinaci e possiamo già ipotizzare di stare su un vino bianco leggero, meglio se frizzante (es. Pignoletto o Prosecco) o, suggerimento del sommelier, una buona birra (suggerimento più che ben accolto, trattandosi di un cibo da strada mi sembra la scelta più azzeccata n.d.r).
In questo caso una birra poco amara, per non acuire quella stessa tendenza degli spinaci, e dotata di un buon fruttato senza esagerare con corpo ed alcool.
Per questo scelgo una birra artigianale italiana, del Birrificio del borgo, la Trentatre. E’, recita l’etichetta, una “golden ale”, una  birra di stampo inglese che vede per tradizione una discreta luppolatura. Qui la mano del mastro birraio è stata abbastanza delicata e, in ogni caso, il fruttato del malto è ben percepibile e le bollicine aiuteranno a ripulire dall’unto della frittura . Una birra che si trova abbastanza facilmente e che personalmente trovo una delle migliori nel panorama delle birre artigianali a larga diffusione.

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déjeuner sur l’herbe: scone salati con peperoncino

7 maggio 2012 § 6 commenti

Da che mondo è mondo, durante la bella stagione la gente ama intrattenersi con dei picnic. Sempre che non siate allergici ai pollini. Nel qual caso i picnic probabilmente vi fanno schifo e li eviterete come la peste. Comunque i picnic piacciono perfino a me che non mi diverto dal ’97, quindi figuriamoci. Ne ho organizzato (si fa per dire) addirittura uno un paio di settimane fa. C’era tutto: il sole, la vita all’aria aperta, le racchette da badminton, le ortiche, la joie de vivre, il vino, le fave con il pecorino, gli immancabili scone. Io gli scone non sapevo nemmeno cosa fossero fino a tre settimane fa, ma ho finto grande dimestichezza, come se fossi nata in Scozia e li preparassi da quando sono nata. Dunque, gli scone sono dei biscottoni morbidi di origine scozzese, solitamente dolci, che vengono serviti all’ora del tè con un velo di burro e marmellata, ma ne esistono anche versioni salate. Si possono cuocere in padella (scopro ora che esistono anche padelle ad hoc, con gli spicchi preformati), in forno e, se siete proprio scozzesi doc, niente vi vieta di friggerli.
La ricetta è semplicissima, credo che potrebbe prepararli anche il più niubbo dei cuochi, quello che svuota il barattolo della conserva di pomodoro direttamente sulla pasta e via. Poi ci si chiede: perché le donne vivono più a lungo? Eh.
Ovviamente le varianti sono infinite, basta cambiare tipo di formaggio ed erbe aromatiche.
Se non avete latte in polvere sostituite metà dell’acqua con del latte. L’avrei fatto anch’io, se avessi avuto del latte fresco in casa.

ingredienti
150 g farina 00
1 cucchiaino di cremor tartato
1 pizzico di bicarbonato di sodio
1 cucchiaio di latte in polvere
30 g farina di ceci
75 g burro freddissimo
100 g di emmenthal tritato
40 g di pecorino romano grattugiato
90 g circa di acqua fredda
1 peperoncino fresco tritato
2 spicchi d’aglio tritati finemente
pepe e sale a piacere

Scaldate il forno a 180°. Setacciate le due farine insieme a un pizzico di sale, il cremor tartaro e bicarbonato e intridete con il burro freddissimo tagliato a piccoli pezzi. Lavorate velocemente per non sciogliere il burro. Io ho preso l’abitudine di congelarne un panetto, poi grattugio la quantità che mi interessa con una grattugia a fori grandi. Così facendo questo passaggio, molto delicato, diventa semplicissimo. Aggiungete i formaggi, il latte in polvere, il peperoncino, il pepe e mischiate bene. Aggiungete l’acqua fredda, amalgamando velocemente, aggiustate di sale, dividete l’impasto in tre e formate tre biscottoni. Se avete lavorato abbastanza velocemente l’impasto sarà ancora molto freddo. Se così non fosse passateli una mezz’ora in frigorifero. Incideteli a spicchi e infornate su una teglia ricoperta di carta forno fino a quando non sono dorati. Sono molto saporiti, quindi secondo me si prestano ad accompagnare qualcosa di fresco e leggermente acido. Tipo della crescenza, per dire. O della panna acida. O panna acida+salmone. O semplicemente delle fave fresche. Però vanno bene anche così come sono.

tibetan momo 2.0

19 aprile 2012 § 9 commenti

Come potete vedere dalla foto, ho imparato a chiudere i momo. Non ancora perfettamente, però è un bel passo avanti rispetto a questi. Potevo forse non farci un post? Ma scherziamo? Qui va talmente tutto a rotoli che bisognerebbe fare una festa ogni volta che un raviolo viene chiuso come dio comanda.
In realtà credo che buona parte del successo sia dovuto all’impasto. Comida de Mama dice che l’impasto dei gyoza, molto, molto simile a quello dei momo, deve essere soffice come il lobo di un orecchio, e così avevo fatto. Però non so che lobi dell’orecchio frequentino da quelle parti, ma per me la consistenza era decisamente *troppo* morbida. E quindi questa volta ho fatto un po’ di testa mia.

ingredienti per la pasta
due tazze di farina forte (io ho usato la manitoba Molino Rosignoli, ormai mi ci sono affezionata)
una tazza di acqua
un pizzico di sale

ingredienti per il ripieno
un grosso cipollotto fresco
mezza carota
3 spicchi d’aglio
zenzero fresco grattugiato a piacere
sake (mezzo bicchierino)
un cavolo cinese piccolo
150 g di gamberetti (pesati già cotti)
salsa di soia
olio
semi di sesamo tostati

Preparate l’impasto: fate bollire l’acqua e versatela poco a poco sulla farina, che avrete setacciato in una ciotola, mischiando con una forchetta. Quando la farina avrà assorbito tutta l’acqua è probabile che l’impasto risulti molto asciutto, poco compatto e irregolare. Versatelo sulla spianatoia e lavorate qualche minuto, finché non riuscirete a formare una palla. Mettete da parte e lasciate riposare coperto da un canovaccio umido per un’ora.
Nel frattempo preparate il ripieno. Tritate finemente tutti gli ingredienti tranne i gamberi e soffriggeteli qualche minuto. Scottate con il sake e coprite. Quando mancano pochi minuti alla cottura scoperchiate, aggiungete i gamberetti tritati, la salsa di soia, un cucchiaino di aceto di riso, i semi di sesamo tostati e fate saltare a fuoco vivace. Dovrà risultare ben asciutto. Se ci fosse ancora del liquido prolungate la cottura di qualche minuto.
Mentre il ripieno si intiepidisce riprendete l’impasto, stendetelo in un lunghissimo salsicciotto di circa 2 cm di diametro e tagliatelo a tocchetti di circa 3 cm, arrotondateli e appiattiteli leggermente sul palmo della mano e stendeteli in sfoglie sottili ma non troppo, più spesse al centro, altrimenti rischiano di rompersi. I dischi che otterrete saranno molto asciutti ma al tempo stesso elastici. E non mi stancherò mai di ripeterlo: non risparmiate MAI sulla farina, anche in questo caso è fondamentale.
Riempiteli con un cucchiaio scarso di ripieno e chiudete dando la forma che preferite, su questo sono molto flessibile, potete usare anche un raviolatore.
Si possono cuocere al vapore oppure brasarli: ungete una padella con un paio di cucchiai d’olio e disponete i ravioli a fiore. Accendete a fiamma media e quando inizia a sfrigolare versate una miscela di acqua e salsa di soia, quanto basta perché i ravioli vi siano immersi per un dito circa. Coprite e cuocete finché l’acqua non è del tutto evaporata e sentite sfrigolare. Potete sformare i ravioli così come sono sul piatto da portata. Questa cottura secondo me è perfetta perché così facendo i gyoza restano croccanti sul fondo e morbidi sopra. Serviteli con salsa di soia mista ad aceto di riso.

Con questa ricetta, se mi viene abbuonata come primo piatto, partecipo al contest di Olio e Aceto Rimettiamole in gioco.

quick quiche con patate e carciofi

12 marzo 2012 § 3 commenti

Torta salata e foto (scattata al volo prima di uscire di casa stamattina) superveloci. Se vi organizzate bene in un’ora è pronta.
La base è una brisée, con mooolto meno burro e l’aggiunta di vino bianco, che secondo me con i carciofi ci sta perfetto. Temevo che la pasta risultasse gommosetta, invece è friabile ma compatta e credo che continuerò a farla così: rispetto alla ricetta tradizionale i grassi si dimezzano.

ingredienti per la pasta
200 g di farina
80 g di burro freddissimo
80 g (circa) di vino bianco (freddissimo anche lui)
sale qb
ingredienti per il ripieno
1 patata
2 carciofi
220 di latte
10 g di burro
50 g di ricotta salata
un cucchiaio di farina
1 uovo
un pizzico di noce moscata
sale qb

Tagliate il burro a tocchetti e “sbriciolatelo” nella farina, lavorando velocemente con la punta delle dita. Non importa se non si amalgama perfettamente, anzi: sono proprio i pezzetti di burro che, sciogliendosi, determinano la friabilità della pasta. Ho studiato!
Aggiungete il sale, poi il vino poco alla volta, fino ad avere un impasto non troppo asciutto, leggermente più idratato rispetto a una brisée classica. E lavorate sempre molto velocemente, va scaldato il meno possibile! Stendete a circa 2 mm di spessore e rivestite una teglia da crostata con l’impasto, bucherellandolo abbondantemente. Mentre preparate il ripieno mettete tutto in frigorifero e scaldate il forno a 180°.
Preparate una besciamella molto diluita stemperando la farina nel latte. Portate a ebollizione e quando vela il cucchiaio spegnete e aggiungete la noce moscata e il sale, poi, quando la besciamella sarà tiepida, l’uovo leggermente battuto e la ricotta salata.
Sbucciate le patate e tagliatele a cubetti di circa 1 cm di lato, pulite i carciofi, eliminate le foglie più dure e affettateli sottilissimi, distribuite il tutto sull’impasto, ricoprite con la besciamella e fate cuocere per circa 40 minuti.
È buona calda, è buona fredda, è buona tiepida.
Io l’ho farcita con quello che avevo in casa, ma nulla vi vieta di sbizzarrirvi!

tibetan momo (ravioli tibetani al vapore)

28 novembre 2011 § 3 commenti

La prima volta che ho assaggiato i momo è stato a Kathmandu, in uno dei miei ristoranti preferiti *in assoluto*, lo Yak. I momo sono di origine tibetana e ricordano tantissimo i classici ravioli cinesi. Si fanno al vapore, fritti, brasati, o in brodo, e rispetto a quelli cinesi hanno più aglio. Se c’è un cosa che ho imparato della cucina tibetana è che c’è *sempre* molto aglio. Ovunque. Se non lo vedete scritto nel menu non fidatevi. Comunque in Nepal i momo sono tipo lo street food più diffuso in assoluto, si trovano ovunque e sono sempre, sempre, SEMPRE buoni.
Dentro ci si può mettere un po’ di tutto, carne, verdure patate e formaggio, e sono accompagnati da una salsina al curry piccante, di solito. Io qui non avevo voglia di prepararla e mi sono accontentata di un mix di salsa di soia e aceto di riso.

ingredienti (per circa 15/16 ravioli)
per l’impasto
100 g di farina 0
50 g circa di acqua
un pizzico abbondante di sale

per il ripieno
un porro
9 cavoletti di bruxelles (o l’equivalente in cavolo)
50 g di feta
mezza carota
sale
pepe nero macinato (a piacere)
uno spicchio d’aglio bello grosso

Tritate grossolanamente il porro, i cavoletti e la carota. Fateli saltare in  padella con poco olio finché non saranno ben cotti, aggiungendo un po’ d’acqua di tanto in tanto. Salate, pepate, lasciate intiepidire e aggiungete la feta grattugiata.
Mischiate la farina con l’acqua e il sale. Se l’impasto dovesse risultare troppo morbido aggiungete poca farina: deve risultare piuttosto sodo. Lasciatelo riposare una mezz’ora almeno e tiratelo in una sfoglia molto sottile. Ricavatene dei cerchi e mettete al centro di ognuno un po’ di ripieno (dovrà essere ben freddo). Per chiuderli fate esattamente come lei, ricordandovi di inumidire bene i bordi della pasta (altrimenti non si appiccicano!).
Io li ho cotti al vapore 10/15 minuti, ma potete anche friggerli, anche se secondo me sono ancora meglio in versione brasata: versate un paio di cucchiai d’olio in una padella e disponete i momo a forma di fiore, in modo che si tocchino leggermente. Accendete la fiamma. Quando sentirete sfrigolare versate un bicchiere d’acqua e coprite immediatamente. Sono pronti quando, ascoltando la pentola, non sentirete più sobbollire ma soffriggere. Sformate i momo come un tortino e serviteli caldissimi!

sofficini homemade

22 novembre 2011 § 5 commenti


Ci sono delle cose che lo so che fanno male, però mi piacciono, oppure sono pratiche, e così finisce che le mangio lo stesso. Tra i miei guilty pleasure ci sono: i bastoncini di merluzzo impanati (mi van bene tutti, anche quelli del discount), le patatine surgelate da fare al forno, i pop corn al formaggio e, più in generale, tutte quelle patatine che mentre le mangi lasciano quella patina di sapore ed ESTASI sulle dita. E poi ci sono i sofficini. Dunque, già il fatto che io non riesca a trovare un sinonimo di sofficino che non sia il suo nome di battesimo la dice lunga. Io sono anni che non li mangio, ma con i sofficini ho un rapporto di complicità e nostalgia. I pranzi a base di sofficini erano una festa, perché i sofficini erano (SONO) buoni e io quando cantavano “il sorriso che c’è in te” ci credevo davvero.
L’altra sera io e un amico ci chiedevamo se fosse possibile riprodurli in casa. Ebbene, dopo qualche ricerca in rete e una breve sperimentazione vi assicuro che non solo è possibile, ma che i sofficini homemade proprio buoni e pure facili da fare.

ingredienti per circa 12 pezzi piccoli

per la pasta
1 bicchiere di farina
1 bicchiere di latte
15 g di burro

per il ripieno (ma qui potete sbizzarrirvi)
100 g di ricotta
30 g di salva cremasco stagionato a scaglie

per l’impanatura
pangrattato
1 uovo

Portate a ebollizione il latte e burro e versateci la farina tutta in una volta. Mischiate su fiamma bassa finché l’impasto non tende a formare una palla staccandosi dal fondo della pentola. Ci vorranno pochi minuti, ma se riuscite prolungate la cottura in modo da ottenere un composto un po’ più sodo. Lasciatelo raffreddare, lavoratelo qualche minuto e stendetelo in una sfoglia sottile. Ritagliate dei cerchi con un coppapasta o, più semplicemente, con un bicchiere e riempiteli con con il mix di ricotta e salva cremasco (se vi sembra poco saporito a questo punto aggiungete poco sale o un paio di cucchiai di pecorino romano). Piegate in due, sigillate bene i bordi e passate nell’uovo battuto e nel pangrattato.
A questo punto potete decidere se friggerli, cuocerli in forno (con un filo d’olio, a 180° finché non sono ben dorati) oppure congelarli, così la prossima volta che li mangerete l’illusione sarà perfetta. Comunque decidiate di farli, serviteli bollenti: i sofficini non possono definirsi tali se il primo morso non ustiona il palato.

fiori di zucchina ripieni di riso e Salva Cremasco

20 ottobre 2011 § 1 Commento

Ok, lo so: i fiori di zucchina non sono esattamente una verdura di stagione, però ieri al supermercato me li hanno, tipo, tirati dietro. E così, visto che ancora quest’anno non li avevo mangiati, ho ceduto. Perché sono belli, sono colorati, sono buoni e in più, una volta cotti, hanno un effetto rilassante sul sistema nervoso e iddio sa se ne ho bisogno visti i tempi che corrono, signora mia.
Però volevo anche un piatto veloce, da preparare per cena senza troppi sbattimenti, equilibrato e, soprattutto, senza fritture.

ingredienti
16 fiori di zucchina integri più  altri 8/10
olio qb
200 g di riso
410 ml brodo
50 g di Salva Cremasco (ve l’avevo detto che ne avremmmo riparlato. E non è finita!)
sale e pepe qb

Preparate il riso pilaf. Scaldate il forno a 180°. Fate bollire il brodo e tostare il riso nell’olio in una pentola dai bordi alti. Aggiungete il brodo bollente, mischiate velocemente, coprite con il coperchio e cacciate tutto in forno per ESATTAMENTE 20 minuti, minuti al temine dei quali il vostro riso sarà perfettamente cotto e con i chicchi ben separati. La cottura pilaf è praticamente perfetta, perché così facendo non si perdono le sostanze nutritive del riso e si trattengono tutti gli amidi, che hanno un potente effetto sedativo. Ebbene sì, avevo bisogno di dormire.
Lavate molto bene e pulite i fiori di zucchina togliendo i gambi, le puntine e i pistilli, che dovrete conservare a parte. Selezionate i 16 più grossi, tagliate a listarelle gli altri e fateli saltare velocemente con poco olio (ne assorbono molto) insieme ai pistilli.
Quando il riso sarà pronto unite i fiori saltati, il salva cremasco, regolate eventualmente di sale, pepate e farcite i fiori. Io che sono pigra per facilitarmi la vita ho praticato un taglio laterale, ho preparato delle polpettine di riso allungate e le ho avvolte con il fiore in modo che le chiudesse perfettamente.
Disponete i fiori in una pirofila con il taglio in basso, cospargeteli con una spolverata di pepe e un giro d’olio e infornate a 200° per circa un quarto d’ora.
Serviteli bollenti!

nota: se siete sprovvisti di bilancia, la quantità di liquido da utilizzare per il riso è pari al doppio del suo volume.

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