Quanti modi di fare e rifare le lasagne di panissa con broccoli e pecorino romano

6 novembre 2012 § 27 commenti

Questo mese Quanti modi di fare e rifare lo ospito io, anche se non me la merito questa incursione nella mia cucina, perché sono una foodblogger sciagurata.
A ogni modo, la ricetta è pressoché identica all’originale, speravo almeno di fare uno scatto migliore del precedente che faceva schifo perché era stato fatto con il cellulare (ah, l’inesperienza), ma qui al nord da qualche settimana è buio a qualunque ora del giorno e della notte, sembra di vivere nel circolo polare artico, insomma, ci si deve accontentare anche stavolta.
Invece sono curiosissima di sapere cosa ne pensano le altre cuoche e cuochi, anche perché questa è tutta farina del mio sacco, ci tengo, sa? E poi c’è il ritorno del nanosommellier, che dopo n ricette di dolci e pani stava iniziando a fare le ragnatele, poveretto, devo proprio esaudire il suo desiderio di farlo diventare un sommellier adulto fargli abbinare un rosso. Abbi fede.

ingredienti per 4 porzioni piccole
per la panissa
150 g di farina di ceci
500 ml d’acqua tiepida
sale
poco olio EVO

per il condimento
1 broccolo
1 spicchio d’aglio
2 acciughe sott’olio
peperoncino qb

per la besciamella
450 ml di latte intero
1 noce di burro
1 cucchiaio e mezzo di farina 00
sale
50 g di pecorino romano grattugiato

Preparate la panissa: in una pentola antiaderente stemperate la farina di ceci con due cucchiai di olio EVO e l’acqua tiepida, versandola poco alla volta e mischiando bene perché non si formino grumi. Accendete la fiamma al minimo e fate cuocere la panissa per una mezz’ora. Mescolate ininterrottamente e vigorosamente, stando bene attenti che non si attacchi (si attaccherà comunque, è una missione persa in partenza, ma potrete dire di averci provato). Una volta pronta versatela in un contenitore rettangolare leggermente unto, lasciatela intiepidire e tagliatela a fettine sottili, cercando di non mangiarne metà durante l’operazione.
Nel frattempo lavate e cimate il broccolo e scottatelo 5/10 minuti in acqua bollente. Scolatelo bene, lasciatelo asciugare qualche minuto, tritatelo grossolanamente e soffriggetelo in padella con l’olio, il peperoncino, l’aglio schiacciato e i due filetti di acciuga.
Preparate la besciamella: sciogliete il burro in un pentolino dal fondo spesso, aggiungete la farina e mischiate bene. Aggiungete qualche cucchiaio di latte, battendo con le fruste perché non si formino grumi, e incorporate  il resto degli ingredienti, tranne il pecorino. Fate cuocere a fuoco lento fino a raggiungere la consistenza desiderata (non troppo densa, in questo caso). Spegnete e aggiungete il formaggio grattugiato, lasciandone da parte un paio di cucchiai.
Rivestite con uno strato di panissa una pirofila leggermente unta delle dimensioni di circa 21×16 cm, cospargete con qualche cucchiaio di broccoli, dai quali avrete eliminato l’aglio, distribuendoli bene, e ricoprite con metà besciamella. Formate un secondo strato, cospargete di pecorino, aggiungete qualche fiocco di burro e informate in forno preriscaldato a 200° per una quarantina di minuti, o finché la superficie non sarà dorata.
Servite BOLLENTE.

cosa dice il nanosommellier

Questa lasagnetta sui generis mi consente di rientrare, dopo tante birre, in un ambito più noto ai lettori del blog, o almeno credo: il vino. Non perché non vi
siano birre all’altezza, anzi, ben si abbinerebbe una morbida golden ale poco luppolata o una helles, per non parlare di qualche artigianale alla castagna, ma perché la tendenza dolce della panissa, unita alla sua aromaticità e a quella del broccoletto mi fanno pensare a un vino in particolare. Un momento di suspance, perché torniamo al piatto: il formaggio. L’abbinamento si gioca su questa componente, su quanto cioè il pecorino sarà percettibile. Io scelgo di considerarlo ben percettibile (e hai fatto bene perché rispetto alla ricetta originale ce ne sono circa 20 g in più n.d.r.), in modo da aggiungere una naturale sapidità al piatto (trascuriamo l’acciughina). Fiano di Avellino di Marsella, un vino straordinario che andrà quasi certamente un po’ oltre la complessità del piatto e di sicuro si abbinerà splendidamente al sapore dei ceci. Che poi il vino superi di un cicinin il sapore della preparazione chi se ne frega (oddio sto iniziando a parlare come nanocucina, FERMATEMI).
PS ovviamente altri Fiano di Avellino sono indicati e si abbineranno ma, se avete intenzione di regalarvi un emozion(cina), provate il Marsella

Il mese prossimo siamo tutte da Vickyart per preparare i suoi mostaccioli napoletani!

brick tunisino con spinaci e uovo

11 ottobre 2012 § 4 commenti

(OK, facciamo finta che dall’ultimo post non sia passato quasi un mese)

Il brik è una sfoglia sottilissima – meno di un millimetro – di acqua e farina tipica della Tunisia. Da quanto ho capito è uno street food classico che si trova un po’ ovunque e solitamente viene farcito con tonno, capperi e uovo, talvolta con l’aggiunta di patate. Io non avevo nessuno di questi ingredienti a parte l’uovo e quindi, come al solito, ho improvvisato. I fogli di brik li ho comprati a Milano da Kathay, ma secondo me con qualche tentativo si possono autoprodurre: in caso di successo sarete i primi a saperlo 🙂
La frittura è perfetta: veloce, croccante, dorata, non trasuda olio. Decisamente da riprovare con diversi ripieni.

ingredienti per una persona
2 fogli di brik
100 g di spinaci cotti e ben strizzati
50 g di emmenthal o altro formaggio a piacere
peperoncino a piacere
1 spicchio d’aglio
1 cucchiaio di olio EVO
1 uovo
olio per friggere
sale

Fate saltare gli spinaci insieme allo spicchio d’aglio sminuzzato e al peperoncino. Regolate di sale, togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.
Sovrapponete due fogli di brik e ponete al centro gli spinaci ormai freddi e il formaggio a dadini. Formate un piccolo incavo e versateci l’uovo intero (sgusciato, eh). Richiudete a fagottino. Non si chiuderà
perfettamente, ma non importa perché verrà sigillato durante la frittura. Scaldate l’olio, che deve essere ben caldo ma lontano dal punto di fumo. La nonna che è in me vi suggerisce di immergere nell’olio il manico di un cucchiaio di legno: quando si formano delle bollicine è pronto. Immergete il fagottino con la chiusura verso il basso. Una volta dorato giratelo e friggetelo dall’altro lato.
Scolate, asciugate su carta assorbente e mangiate ancora bollente.
Dalla foto non si capisce perché non sono riuscita a centrare il punto di taglio giusto e avevo un solo tentativo a disposizione, ma il tuorlo d’uovo rimane morbido e fondente. Una meraviglia! Vi suggerisco anche di ricordarvi questo dettaglio mentre lo addentate. Insomma, state attenti. Io vi ho avvisati.

cosa dice il nanosommellier

Non è facile cercare un abbinamento con ingredienti mai provati (brik) e con una qual certa variabilità nel risultato finale dovuta alle varianti “a piacere”.
Fatta questa doverosa premessa credo che l’abbinamento sia piuttosto semplice: escludiamo a priori un vino rosso che mal si adatterebbe agli spinaci e possiamo già ipotizzare di stare su un vino bianco leggero, meglio se frizzante (es. Pignoletto o Prosecco) o, suggerimento del sommelier, una buona birra (suggerimento più che ben accolto, trattandosi di un cibo da strada mi sembra la scelta più azzeccata n.d.r).
In questo caso una birra poco amara, per non acuire quella stessa tendenza degli spinaci, e dotata di un buon fruttato senza esagerare con corpo ed alcool.
Per questo scelgo una birra artigianale italiana, del Birrificio del borgo, la Trentatre. E’, recita l’etichetta, una “golden ale”, una  birra di stampo inglese che vede per tradizione una discreta luppolatura. Qui la mano del mastro birraio è stata abbastanza delicata e, in ogni caso, il fruttato del malto è ben percepibile e le bollicine aiuteranno a ripulire dall’unto della frittura . Una birra che si trova abbastanza facilmente e che personalmente trovo una delle migliori nel panorama delle birre artigianali a larga diffusione.

ravioli di melanzane con ricotta di bufala e Fiore Sardo

23 luglio 2012 § 10 commenti

In queste ultime due settimane non sono stata esattamente pervasa dalla voglia di cucinare. Ogni tanto però mi vengono delle voglie improvvise. Tipo ieri pomeriggio, non avevo ancora pranzato, mi è venuta questa voglia di ravioli. I ravioli li faccio quasi mai, perché mi sembra sempre che ci voglia una vita. In realtà, poi, un’ora dopo li stavo già mangiando, quindi non ci vuole nemmeno tanto per soddisfare la voglia di ravioli, anche se arriva all’improvviso. L’unica cosa è che dovete avere in casa tutto quello che serve per prepararli, perché se i negozi sono chiusi o non avete voglia di uscire (IO! IO!) allora sono cazzi. Le cose fondamentali da avere in casa in questi momenti difficili sono farina, uova e qualche tipo di alimento che combinato possa formare un ripieno. Facile, quindi. Io, tra le altre cose, avevo melanzane, ricotta di bufala e Fiore Sardo. Sì, sono stata fortunata.

ingredienti per 1/2 persone (18 ravioli grandi)
per l’impasto
80 g di semola di grano duro rimacinata
20 g di farina 00
1 uovo
1 pizzico di sale

per il ripieno
180 g di melanzane
40 g di ricotta di bufala
30 g di Fiore Sardo (più altro per condire)
una manciata di basilico
1 cucchiaio abbondante di cipolla tritata
2 cucchiai di olio
sale qb

Per prima cosa preparate l’impasto. Versate la farina a fontana sulla spianatoia, rompete l’uovo, versatelo al centro insieme al sale e amalgamate lentamente, con un movimento circolare, incorporando la farina dal bordo della fontana. Quando la farina è stata assorbita impastate qualche minuto fino a ottenere un composto elastico e omogeneo. Coprite e lasciate riposare per un minimo di 30 minuti.
Sbucciate le melanzane e tagliatele a dadini. A questo punto potete scegliere se cospargerla di sale per eliminare l’amaro o, come me, saltare questo passaggio: io l’amaro della melanzana proprio non lo sento. Se decidete di salarle ricordatevi di sciacquare bene prima della cottura. Tritate la cipolla, soffriggetela con due cucchiai d’olio e quando sarà morbida e leggermente dorata aggiungete le melanzane a dadini, lasciate insaporire qualche minuto, aggiungete qualche cucchiaio d’acqua, coprite e finite di cuocere. Quando il ripieno sarà tiepido aggiungete la ricotta, il fiore sardo, il basilico e pochissimo sale, se ce ne fosse bisogno. Lasciate raffreddare.
Stendete la pasta in una sfoglia sottile, ritagliate dei quadrati, disponete al centro un cucchiaio scarso di ripieno e richiudete a triangolo, premendo bene lungo i bordi. Tuffate in acqua bollente salata, scolate, condite con un sugo leggero di pomodoro e basilico, una spolverata di fiore sardo e un giro d’olio.
Con il ripieno che vi avanza (se vi avanza) potete condirci delle bruschette. Fidatevi della nana.

spaghetti con puntarelle e pomodorini confit

8 giugno 2012 § 19 commenti


Vicino a casa mia c’è un fruttivendolo che è IL PARADISO, perché vende (quasi) tutto a 99c. L’unico inconveniente sono i commessi che ci lavorano, l’ultima arrivata parla a grugniti, io all’inizio non capivo cosa dicesse, pensavo fosse straniera. Però mi ha regalato delle arance, tempo fa. Comunque in quel posto lì ho trovato le puntarelle a 99c, che è una cosa rara, di solito costano di più, mi pare, e allora le ho prese. Solo che non le so cucinare, le ho mangiate due volte crude e una volta stufate, ma non le avevo fatte io. So solo che il classico dei classici è il condimento a crudo acciuga e aglio, che è la morte sua (della puntarella). E poi volevo qualcosa che creasse un contrasto acido, ma mica troppo, e i pomodorini erano perfetti, secondo me. E poi avevo ancora un pacco di spaghetti Verrigni con trafilatura in oro, roba grossa, mi son detta: condiamoci la pasta. Ho preparato molti più pomodorini di quanti me ne servissero per la pasta, infatti circa la metà è finita nella puccia. In frigorifero si conservano qualche giorno, a me sono finiti in due.

ingredienti per 2 persone
200 g di spaghetti Verrigni con trafilatura in oro
200 g di puntarelle
6 acciughe sott’olio
2 spicchi d’aglio
1 peperoncino (meglio se fresco)
olio EVO
500 g di pomodorini
un cucchiaino di zucchero (facoltativo)
abbondante parmigiano

La prima cosa che dovete fare è preparare i pomodorini. Ci vogliono due ore, non è esattamente il sughetto dell’ultimo minuto. Scaldate il forno, lavate i pomodorini e tagliateli in due, salateli, conditeli con qualche cucchiaio d’olio e uno spicchio d’aglio schiacciato. Se fossero troppo acidi aggiungete un cucchiaino di zucchero. Disponeteli ordinatamente nella teglia rivestita di carta forno con il lato tagliato verso l’alto, infornateli e lasciateli lì finché non si sono asciugati. Nel mio forno ci sono volute due o e mezza circa. Nel frattempo pulite le puntarelle, lavatele e tagliatele a filetti. Dicevamo: NON è un sughetto dell’ultimo minuto. Versate qualche cucchiaio d’olio in una padella e, a freddo, le acciughe. Scaldate a fiamma bassa finché le acciughe non si sono sciolte e aggiungete il peperoncino tritato e l’aglio schiacciato, così se non amate eccessivamente il sapore dell’aglio potete toglierlo a metà cottura, o spremuto, se come me lo amate tantissimo. Lasciate insaporire qualche minuto, alzate la fiamma e unite le puntarelle, lasciandole rosolare. Dopo qualche minuto aggiungete mezzo bicchiere d’acqua, coprite e lasciate cuocere a fuoco medio finché non sono tenere e aggiustate di sale. Ne servirà pochissimo, perché, sapete, le acciughe. Al termine della cottura dovranno essere asciutte, ma se dovessero iniziare ad attaccarsi non esitate con l’acqua! Portate a ebollizione una pentola con abbondante acqua, spezzate (non! spezzate gli spaghetti solo se state cuocendo la pasta risottata. Però se proprio volete continuare a spezzarli approfondite l’argomento con questo glorioso articolo di Bressanini. N.d.R.) gettate gli spaghetti e fateli cuocere al dente. Nel frattempo grattugiate finemente il parmigiano e mettetelo da parte in una ciotola capiente (dovrà contenere gli spaghetti, questa ciotola capiente). Versateci sopra qualche cucchiaio d’acqua bollente e mischiate bene per formare una cremina, perché nessuno ama i grumi di parmigiano nella pasta. Quando gli spaghetti sono pronti NON scolateli ma raccattateli dalla pentola con l’apposito strumento (di cui non ricordo il nome e perciò chiamerò raccattaspaghetti) e mischiateli al parmigiano. In questo modo, volenti o nolenti, raccoglierete anche un po’ di acqua di cottura. Quanto basta perché la pasta non risulti *troppo* asciutta. Aggiungete le puntarelle, amalgamate per bene condite con olio EVO e disponete nei piatti, completando il tutto con i pomorodini confit (magari scaldateli ancora un po’ in forno, prima di servirli).
Gli spaghetti sono una delle cose meno fotogeniche che io conosca, un bell’effetto vintage alla foto e passa tutto.

cosa ci dice il nanosommelier
In questo piatto si deve tenere in considerazione una discreta complessità. La persistenza è derivante dai condimenti e dalle acciughe, quindi, peperoncino a parte, proviamo a non tenerne conto. Complessità, dicevo, perché c’è del salato, c’è del piccante, c’è una tendenza dolce (pasta, zucchero) e una tendenza amara (puntarelle), forse anche una tendenza acida (pomodoro). Manca l’umami e siamo a posto!
Potremmo trovare anche per questo piatto una buona birra ma, considerando il rischio *amaro*, restiamo su un vino che sceglieremo particolarmente morbido e fruttato, non particolarmente acido. Se avete in cantina un Pinot grigio, un Soave o un Petite Arvine di qualche annetto (il tempo diminuisce la componente acida) possono essere l’abbinamento giusto. L’idea pazza per gli amanti del genere? Un oolong.

l’arrosto arrotolato di seitan: un atto di fede

27 aprile 2012 § 6 commenti

Forse i più attenti se ne saranno accorti: da queste parti la carne non capita di frequente e devo dire che raramente ne sento la mancanza. Le alternative sono infinite ormai lo sanno anche i tavolini: nei supermercati più forniti ad esempio vendono delle spugne mollicce note con il nome di seitan. Il seitan del supermercato si differenzia dalle comuni spugne perché è commestibile, ma se non costasse così tanto potreste usarlo pure per lavare i piatti. Eppure non so, è un alimento che mi ha sempre affascinato, perché chi l’avrebbe mai pensato che dalla farina comune si potesse ottenere un cibo proteico e completamente privo di grassi? Io no, e dirò di più: secondo me chi per primo ha avuto l’idea è un genio. Ma secondo me gli è venuto per caso, tipo che stava facendo il pane, l’impasto gli è caduto per terra, si è messo lì a lavarlo e BAM! gli è uscito il seitan. Io la prima volta avevo paura che mi si sciogliesse tutto, e invece no, perché quando lavi un impasto di acqua e farina che è stato lavorato a sufficienza quello che rimane, cari signori, è la maglia glutinica. Una roba, per l’appunto, spugnosissima e cervelliforme ma che se lavorata bene fa la sua porca figura. Un paio di natali fa è stato presentato agli onnivori sotto forma di seitan tonnato e nessuno ha sospettato nulla fino alla rivelazione finale. Quindi: il seitan può perfino essere buono, quello del supermercato NO e in più costa come un rene, tanto vale che vi compriate una bistecca, mentre se ve lo fate in casa con 2 euro avete risolto il problema e ci mangiate in tre/quattro. In tempo di austerity conta eccome.
La cosa importante è che usiate una farina manitoba il più possibile pura, per un semplice motivo: più è pura, più si sviluppa la maglia, più grande è l’arrosto. Io, al solito, ho usato la manitoba Molino Rosignoli, che ve lo dico a fare?

ingredienti
1 chilo di farina manitoba Molino Rosignoli,
550 g circa di acqua
spezie a piacere (io ho usato origano, aglio in polvere, semi di senape, pepe nero macinato, salvia in polvere)
filo (per legare l’arrosto)
brodo vegetale molto saporito
salsa di soia
un pugnetto di alghe wakame (facoltative)
olio
vino bianco secco

Impastate farina e acqua, lavorate 10/15 minuti e mettete a riposare in una ciotola coperta per un paio d’ore. Nel frattempo potete preparare il brodo come lo fate abitualmente. Dev’essere molto saporito e deciso, perché darà sapore al seitan, che di per sé ha un gusto assolutamente neutro. Io aggiungo salsa di soia e alghe wakame, ma è facoltativo. Riprendete l’impasto e preparate due contenitori capienti, uno con acqua tiepida e uno con acqua fredda. Mettete l’impasto nella bacinella di acqua tiepida e iniziate a massaggiarlo e a lavarlo esattamente come fareste con una maglia delicata. Dopo un paio di minuti trasferite l’impasto nella bacinella di acqua fredda e ripetete. Continuate ad alternare tiepido/freddo, cambiando l’acqua di tanto in tanto. All’inizio vi sentirete molto stupidi, perché ODDIO, ORA SI SCIOGLIE TUTTO. No. Non si scioglierà tutto, non mi è mai successo, fidatevi. Dopo qualche minuto inizierete a vedere i risultati: il primo è che il volume di impasto si è ridotto drasticamente (ma questo dipende anche dalla farina che state usando), il secondo è che la consistenza è cambiata: sta cominciando a emergere la famosa maglia glutinica. A questo punto potete diventare più energici: strapazzatelo bene, sciacquatelo sotto l’acqua corrente e quando l’acqua è quasi completamente limpida fermatevi. Ci vorranno circa 15/20 minuti in tutto. Il volume si sarà ridotto di circa 1/3 rispetto a quello iniziale. Trasferite il seitan in uno scolapasta e lasciatelo sgocciolare per un’ora schiacciato da un peso, poi stendetelo come meglio riuscite. L’operazione non è semplicissima perché tenderà a ritirarsi su se stesso (GOMMA, ricordate?). Ricoprite con le spezie che preferite, arrotolate, legate con lo spago e gettate nel brodo bollente. Scegliete una pentola ampia, perché tende a gonfiarsi parecchio. Cuocete per 40 minuti circa, scolate senza buttare il brodo e a questo punto preparatelo esattamente come fareste con un arrosto: rosolate a fuoco vivace, sfumate con del vino e poca salsa di soia, abbassate la fiamma e coprite. Quando si asciugherà troppo aggiungete qualche cucchiaio di brodo che avete tenuto da parte. Cuocete per una mezz’ora. Il mio consiglio spassionato è di mangiarlo il giorno dopo: sarà più compatto, meno spugnoso, più saporito.

polpette di cavolfiore

8 novembre 2011 § Lascia un commento

Uno si chiede perché tutti amino le polpette. Le polpette, non il polpettone, che è diverso, perché si deve fare a fette e poi magari in pentola, mentre lo giri, ti si rompe, che è una cosa che fa sempre girare le palle. Le polpette sono piccole, morbide e si possono mangiare con le dita. E iddio sa se non abbiamo bisogno di cose piccole e morbide da mangiare con le dita di questi tempi, signora mia. E sono sostenibili, perché ti permettono di smaltire gli avanzi senza troppi pensieri: si mischia tutto insieme e via, dopo è difficile che faccia schifo. Poi in casa avevo questo mix di spezie che avevo preso in un negozio russo vicino a casa e non sapevo come usare. L’ho usato per le polpette, son venute buone.

ingredienti
1 cavolfiore
100 g di pane secco
1 uovo
40 g di pecorino
250 g di latte
100 g di acqua
1 cucchiaio di tahine
1 cucchiaio abbondante di mix di spezie (nel mio caso: sale, cipolla in polvere, pepe nero macinato, timo, menta, coriandolo, basilico, cannella, aglio in polvere)
sale qb
pangrattato qb

Fate cuocere il cavolfiore, pulito e cimato, in acqua salata con un cucchiaio di aceto. Tagliate il pane in piccoli pezzi e lasciatelo ammorbidire per una mezz’ora almeno nel mix di latte e acqua che avrete fatto bollire, poi strizzatelo benissimo.
Schiacciate grossolanamente il cavolfiore e mischiatelo con il pane, il pecorino, le spezie, un po’ di sale, la tahine. Lasciate intiepidire, aggiungete l’uovo e, eventualmente aggiungete tanto pangrattato quanto ne occorre per ottenere una consistenza polpettosa (io circa 4 cucchiai). Impastate bene e  fate riposare per un’altra mezz’ora, così tutti gli ingredienti si amalgamino per bene e si preparano a trasformarsi in polpetta. Nel frattempo scaldate il forno a 200° e guardate un episodio della vostra comedy preferita del momento. Formate le polpette, passatele nel pangrattato e disponetele in una pirofila leggermente unta. Infornate per una ventina di minuti (o finché non saranno ben dorate), girandole a metà cottura. Sono buone calde, tiepide e fredde.

hamburger di ceci velocissimi

28 ottobre 2011 § Lascia un commento

Sapete quando siete ancora al lavoro ma sapete già che rientrerete a casa la sera e non avrete voglia di cucinare per un’ora perché sarete stanchi e avrete sonno, e però c’è il nuovo episodio di Homeland che volete vedere prima di dormire e quello che avete in frigorifero vi fa pena e vi viene da piangere? Ecco.
Stavo quasi per cedere al surgelato (lo devo ammettere: nel mio freezer giacciono da un po’ di tempo dei bastoncini di pesce impanato che nei momenti difficili mi tentano), poi mi son detta: cosa posso fare di veramente veloce che sia meglio di un bastoncino di pesce del discount? Praticamente TUTTO.
Però ormai mi era venuta una voglia insana di cibo da fast food. Tipo quegli hamburger succulenti che mangiavo quando ancora non avevo bandito la carne dalla mia tavola. Quelli untissimi, pieni di salse, con la fetta di formaggio giallo senape e il cetriolino. Che nostalgia! Bene, questi hamburger non saranno la stessa cosa, se non altro perché non grondano grasso (sigh!), però almeno l’apparenza inganna.

ingredienti per 4 hamburger
1 confezioni di ceci precotti (preferibilmente bio)
qualche cucchiaio di fiocchi di patate bio (io ho un negozietto vicino all’ufficio che li vende sfusi e sono buonissimi)
acqua (poca)
spezie (quelle che vi piacciono: io ho usato senape in grani e origano)
sale qb
1 uovo
pangrattato
olio EVO

Scolate i ceci e schiacciateli grossolanamente con la forchetta o (più veloce ancora) con le mani. Mischiate 4 cucchiai di fiocchi di patate con tanta acqua bollente quanta ne basta per ottenere un composto della consistenza di una patata schiacciata. Unite i ceci, le spezie, l’uovo leggermente battuto, il sale, amalgamate bene e aggiungete il pangrattato: dovrete ottenete un composto sodo, che non si sbricioli, ma nemmeno troppo molle. Dividetelo in 4, formate gli hamburger, ungeteli leggermente e fateli cuocere sulla griglia preriscaldata.
A questo punto se mi fossi ricordata di scongelare il pane (ahem…) mi sarei preparata un panino, con la famosa fettina di formaggio e *tutte* le salse che avevo in dispensa. Però devo ammettere che anche così, al naturale, non era proprio niente male.

fiori di zucchina ripieni di riso e Salva Cremasco

20 ottobre 2011 § 1 Commento

Ok, lo so: i fiori di zucchina non sono esattamente una verdura di stagione, però ieri al supermercato me li hanno, tipo, tirati dietro. E così, visto che ancora quest’anno non li avevo mangiati, ho ceduto. Perché sono belli, sono colorati, sono buoni e in più, una volta cotti, hanno un effetto rilassante sul sistema nervoso e iddio sa se ne ho bisogno visti i tempi che corrono, signora mia.
Però volevo anche un piatto veloce, da preparare per cena senza troppi sbattimenti, equilibrato e, soprattutto, senza fritture.

ingredienti
16 fiori di zucchina integri più  altri 8/10
olio qb
200 g di riso
410 ml brodo
50 g di Salva Cremasco (ve l’avevo detto che ne avremmmo riparlato. E non è finita!)
sale e pepe qb

Preparate il riso pilaf. Scaldate il forno a 180°. Fate bollire il brodo e tostare il riso nell’olio in una pentola dai bordi alti. Aggiungete il brodo bollente, mischiate velocemente, coprite con il coperchio e cacciate tutto in forno per ESATTAMENTE 20 minuti, minuti al temine dei quali il vostro riso sarà perfettamente cotto e con i chicchi ben separati. La cottura pilaf è praticamente perfetta, perché così facendo non si perdono le sostanze nutritive del riso e si trattengono tutti gli amidi, che hanno un potente effetto sedativo. Ebbene sì, avevo bisogno di dormire.
Lavate molto bene e pulite i fiori di zucchina togliendo i gambi, le puntine e i pistilli, che dovrete conservare a parte. Selezionate i 16 più grossi, tagliate a listarelle gli altri e fateli saltare velocemente con poco olio (ne assorbono molto) insieme ai pistilli.
Quando il riso sarà pronto unite i fiori saltati, il salva cremasco, regolate eventualmente di sale, pepate e farcite i fiori. Io che sono pigra per facilitarmi la vita ho praticato un taglio laterale, ho preparato delle polpettine di riso allungate e le ho avvolte con il fiore in modo che le chiudesse perfettamente.
Disponete i fiori in una pirofila con il taglio in basso, cospargeteli con una spolverata di pepe e un giro d’olio e infornate a 200° per circa un quarto d’ora.
Serviteli bollenti!

nota: se siete sprovvisti di bilancia, la quantità di liquido da utilizzare per il riso è pari al doppio del suo volume.

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